SONO “RICCHEZZA” ANCHE LA LONGEVITÀ E LA SCOLARIZZAZIONE

“Pesi e misure vanno usati correttamente: se vogliamo avere una misura di breve termine dell’attività produttiva, un indice della potenza di un’economia di scambio, allora il Pil è un indicatore efficace, che funziona correttamente. Ma se il nostro obiettivo è di lungo periodo e vogliamo misurare il benessere o addirittura la felicità di un popolo, obiettivo dichiarato dei padri fondatori della scienza economica o della Costituzione americana, allora non è possibile usare soltanto il metro del Prodotto interno lordo”. Giorgio Ruffolo, economista di fama e presidente del Cer, il Centro Europa ricerche di Roma, è tra quanti non si rassegnano a lasciare quella che Carlyle chiamava la “scienza triste” nel ristretto perimetro degli addetti ai lavori.

 
Il suo ultimo libro, “Specchio del diavolo”, dedicato a splendori e miserie dell’economia, è diventato uno spettacolo teatrale diretto da Luca Ronconi, in scena in questi giorni a Milano. E serve anche a ricordare, nelle intenzioni dichiarate dall’autore, che dovrebbe essere l’economia a servire l’uomo e non l’uomo a servire l’economia. Già, ma intanto noi si vive aggrappati a quei numeri e il grafico del Pil sembra l’elettroencefalogramma delle nostre esistenze: se è piatto, addio; se fa qualche picco, c’è ancora speranza. “Guardi che non sono solo io a consigliare di avere meno fissazioni sull’indicatore-Pil e di tener presente un’intera griglia di indicatori sociali per avere un’idea del benessere e della felicità, per così dire, di una nazione. Lo dice anche l’Onu”.
In effetti, è stato autorevolmente sottolineato un difetto tipico di questo indicatore.
Il Prodotto interno lordo aumenta ogni volta che si verifica una transazione economica. Ma, come si sa, ci sono spese che costituiscono segni evidenti di disagio più che di benessere: per esempio, le spese causate da un disastro ecologico o da un disastro matrimoniale, da omicidi e rapine o dall’aumento dei tumori per via dell’inquinamento, fanno aumentare il Pil ma non segnalano che la gente se la passa bene. E se in una nazione l’aumento del Pil va di pari passo con l’aumento delle spese per il Prozac, vuol dire che l’entropia da stress è consistente.
Ruffolo cita gli studi realizzati dal premio Nobel per l’economia Amartya Sen, che hanno convinto l’Onu a utilizzare, nell’ambito dello United nations development program, un insieme di segnalatori statistici, il più noto dei quali è probabilmente l’indice di sviluppo umano (Human development index) che accorpa con la stessa ponderazione tre variabili chiave: il reddito pro-capite, la speranza di vita alla nascita, il tasso combinato di alfabetismo e scolarizzazione.
Con questa particolare griglia, Sen cerca di tenere conto in qualche modo del ruolo svolto dalle “libertà”. L’economista indiano vede lo sviluppo come un prodotto della libertà di fare e di essere: per questo considera la possibilità di vivere a lungo e l’education come elementi altrettanto importanti rispetto al reddito.
Ma c’è anche chi, invece di contare quanti euro passano ogni anno nel sistema economico, preferisce tenere una contabilità in tonnellate di quantità fisiche prodotte, pensando in questo modo di sfuggire alle inevitabili approssimazioni nella quali s’incappa calcolando il Pil (che non permette di tener conto di evasione fiscale, corruzione, export e import clandestino). Così l’esperto di ecologia Giorgio Nebbia ha calcolato che in Italia una persona per abitare, leggere, andare in vacanza e anche essere felice come meglio crede, ogni anno movimenta una massa di materiali pari a 250 volte il proprio peso.

(Fonte: Il Sole 24 Ore)

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